La colpevolizzazione è una deviazione dal percorso di consapevolizzazione.

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         Non è sbagliato associare la parola colpa alla parola errore, errato è favorire il culto della colpevolizzazione. In verità, il culto della colpevolizzazione non viene nemmeno favorito. Viene semplicemente subito, spesso con ambientazioni estremamente complicate, causa mancanza di sintesi esistenziale. La colpevolizzazione fa parte dell’ignoranza. Diffondere conoscenza è un atto, propositivo. L’ignoranza, invece, è qualcosa che si subisce, anche perché spesso si ignora che si tratta proprio di ignoranza.

         Favorire il culto della colpevolizzazione significa perpetuarlo, perché subenti l’inconsapevolezza, non possiamo certamente favorire consapevolizzazione. Subire qualcosa di negativo non significa certo essere diffusori, autori di diffusione.

         La colpevolizzazione è una deviazione dal percorso di consapevolizzazione, che è anche maturazione della capacità di utilizzare qualitativamente l’arbitrio. Consapevolizzare è agire. Colpevolizzare è reagire, subire reattività, propria e altrui. Consapevolizzarsi esige sforzo, superamento di schemi comportamentali, dirigersi verso l’ignoto. Consapevolizzare è anche riconoscere e trascendere ciò che ignoriamo, mentre per colpevolizzare è sufficiente essere schiavi di meccanismi, spesso conosciuti solo apparentemente: parvenze di verità.

         Il fatto di generare sensi di colpa per discernere il bene dal male può essere un attenuante. Il fatto è che però non li generiamo appositamente per questa funzione, ma subiamo il meccanismo dei sensi di colpa. L’idea che generiamo i sensi di colpa per optare per il meglio, per evitare maggior male, è una deduzione derivante dall’idea che i sensi di colpa che produciamo possono orientarci positivamente. Si tratta però del farci guidare dal bastone, perché incapaci di fruire della carota. È l’obbligo a essere seguaci, perché incapaci di seguire Se Stessi.

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