Terza parte dell’articolo
Vai alla prima parte dell’articolo

Sacrificio e sensi di colpa
Inteso erroneamente il sacrificio è spesso collegato ai sensi di colpa. Pensiamo all’idea: se non ripago chi si è sacrificato per me sono un egoista.
Ricordiamoci che sacrificarsi significa rendersi sacri. Sacrificarsi per altri significa pertanto: rendersi sacri agendo per altri. Aiutando altri ci rendiamo sacri; come nel caso delle intenzioni bisogna discernere l’aiuto dal solo parvente aiuto. Chi si è sacrificato per noi ha già avuto profitto dal sacrificarsi: la nobilitazione di sé e Sé. Chi invece si è solo “sacrificato” può essere aiutato con la preghiera:
Chiedo all’Amore Infinito di ottimizzare il sacrificarsi di… (indicare chi).
Aiutare altri è meglio che provare senso di colpa nei loro confronti: occuparsi qualitativamente è molto meglio che preoccuparsi.
Mi apro alla sostituzione del preoccuparmi
con l’occuparmi consapevolmente.
Chiedo al Bene Assoluto la maturazione
della capacità di occuparmi consapevolmente.
Sacrificio e gratitudine
Mi sono sacrificato per te, devi essere grato per tutto quello che ho fatto per te, è una frase molto adatta a far scattare sensi di colpa. Soprattutto se espressa dai genitori. Ricordiamoci che la gratitudine è spontanea. Non è questione di baratti, imposizioni.
Un giorno potremmo noi stessi ritenerci vittime di ingratitudine. Allora, la domanda:
Chi me l’ha fatto fare?
dovrà essere interpretata come:
Quali meccanismi comportamentali mi hanno fatto fare ciò che ho fatto?
Quali meccanismi comportamentali sto subendo nell’esigere gratitudine?
Se ciò che facciamo per altri è qualitativo, in genere (ma non sempre) loro provano gratitudine nei nostri confronti. Può però accadere che anche facendo veramente del bene ad altri essi ci vedano come nemici, perché il bene che proponiamo mette in pericolo i loro meccanismi limitanti e deleteri: i vizi non vedono di buon occhio le virtù, anche perché i vizi non dispongono di buona vista.
Abbandono all’Amore Assoluto la sensazione di ingratitudine mia e altrui.
Chiedo al Bene Assoluto la realizzazione del campo della Gratitudine Infinita.
Sacrificio e recriminazioni
Inteso giustamente il sacrificio non può in nessun modo essere ragione di recriminazioni perché le azioni non hanno prodotto i frutti desiderati. Il sacrificio è di per sé risultato positivo: : ogni passo in avanti è inevitabilmente un passo in avanti. L’umanizzazione è implicita nel sacrificio. Se l’azione non produce umanizzazione significa che si definisce sacrificio ciò che non lo è. Meglio ci sacrifichiamo più ci Umanizziamo.
Abbandono ogni recriminare al Presente.
Sacrificarsi, donarsi
Sacrificarsi è ricevere donandosi: donarsi è un aspetto fondamentale del sacrificarsi.
Donarsi è aprirsi al Superiore. Donandoci maturiamo la ricettività, che è anche è capacità di farsi condizionare Superiormente. Donarsi significa anche aumentare la collaborazione con piani esistenziali sempre più Elevati, anche per imparare cosa possiamo-dobbiamo diventare.
Donandoci creiamo spazio in noi stessi: donandoci sintetizziamo i nostri contenuti. Per esempio, trasmettendo conoscenza possiamo comprenderla meglio, sintetizzarla. Donarsi è anche sintetizzarsi e la sintesi è un aspetto fondamentale dell’evoluzione cosmica e dell’umanizzazione nello specifico.
Mi apro a Essere Puro Dono Divino.
Felicità e sacrificio
In quanto processo sacralizzante il sacrificarsi è la via verso la Felicità dell’Essere Amore – Beatitudine. Sacrificarsi (non solo “sacrificarsi”) per la felicità altrui significa avvicinarsi all’Essere Felicità.
Essendo infelici si stimola automaticamente infelicità in altri, a prescindere dalle maschere di felicità indossate. Elevando la nostra qualità vibrazionale favoriamo il miglioramento vibrazionale altrui: il suo avvicinarsi all’Essere Felicità. Senza liberarci dall’afflizione degenerante possiamo soltanto voler la felicità altrui senza però aiutarlo veramente sul percorso verso la Felicità dell’Essere Amore – Beatitudine.
Mi apro a riconoscere la Felicità Suprema.
Liberarsi dal culto della punizione
Falsamente inteso il sacrificio può essere concepito come strumento di autopunizione, utile anche per ovviare all’aver commesso errori, peccati, o solo presunti tali. Non bisogna ragionare nell’ottica dell’autopunizione e della punizione in generale. Il metodo della punizione indica mancanze. Significa che non si conoscono valide alternative. Il culto della punizione andrebbe sostituito dalla cultura umanizzante.
La Giustizia prevede soluzioni evolutive, non punizioni definitive. Scopo dell’evoluzione è evolversi, non punire: altrimenti punirebbe sé stessa. Consideriamo che il mondo è strapieno di punitori e puniti. La sofferenza degenerante è di per sé una punizione. Per essere anche insegnamento deve essere colta come trampolino di lancio per il suo superamento.
La sofferenza degenerativa collettiva affligge l’umanità senza che nessuno la infligga veramente a qualcuno. La diffusione della sofferenza degenerante deriva dal subire l’ignoranza esistenziale e chi subisce non può essere certamente un agente attivo. L’enorme attività dell’ “inconsapevolezza” (non esiste totale “inconsapevolezza”) non deve far ritenere che la stessa sia un principio veramente attivo. L’inconsapevolezza si diffonde passivamente. Uomini non sufficientemente consapevoli diffondo “inconsapevolezza” come ripetitori, non come veri e propri autori di “inconsapevolezza” Diffondere qualcosa di proprio, autentico, esige un elevato grado di consapevolezza.
Chiedo al Bene Assoluto la realizzazione della giustizia senza punizione.
Chiedo al Bene Assoluto la realizzazione del campo della cultura umanizzante.
Chiedo al Bene Assoluto di indicarmi come superare il culto della punizione.
Chiedo al Bene Assoluto gli strumenti per superare il culto dell’inconsapevolezza.
Lascia un commento