Cos’è il Proposito Divino? Si realizzerà? Cosa fare per superare la meccanicità concettuale e la reattività emotiva?

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Mi apro a riconoscere il Proposito Divino.

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La qualità del bene di un determinato elemento è definita da quanto favorisce l’umanizzazione. In questo senso, il male è bene soltanto nella misura in cui è stato utilizzato per generare maggior bene. Relativizzare bene significa favorire l’aumento della qualità del bene relativo, non eguagliare il bene al male; attenzione: il discernimento tra bene e male è questione di verità, non di dualità.

         Considerando ineluttabile la realizzazione del Proposito Divino, più ampio è il periodo contemplato più tutto appare in funzione del bene, proprio perché la realizzazione del Proposito Divino è inevitabile: i sistemi meno coerenti-più caotici sono obbligati a gravitare verso sistemi più coerenti; essere “attratti” da sistemi più sincronizzati. D’altro canto, più restringiamo il periodo contemplato più abbiamo la possibilità di comprendere che il bene è relativo fino a un certo punto, nel senso che meglio sfruttiamo il tempo per umanizzarci meglio è. Esistono innumerevoli qualità di bene.

         Il fatto che lo spazio evolutivo è relativo perché non Assoluto (non Perenne) non significa che tutto è uguale, nel senso che in generale va bene tutto. Anzi, il fatto che il bene è relativo significa che anche le azioni sono di minor o maggior qualità. Se tutto fosse uguale, nel senso che se non ci fossero differenze qualitative delle azioni, degli eventi, non ci sarebbe nemmeno relatività. Tra l’altro, l’uguale non esiste. Nulla può essere uguale, nemmeno un singolo elemento è uguale a sé stesso. Ogni cosa è sé stessa, non uguale a sé. Essere sé stessi non significa essere uguali a sé stessi: la miglior copia di qualcosa è la più simile alla cosa di cui è copia.

         Dalla prospettiva del Bene Assoluto e dell’inevitabile finalizzazione benefica dello spazio evolutivo, va tutto bene. A prescindere dalla quantità e qualità dei processi necessari per la finalizzazione del bene, cioè del raggiungimento dello stato assolutamente coerente. Dovremmo però ragionare soprattutto in termini qualitativi, non quantitativi, come è, invece, d’obbligo quando si elabora il proprio esistere in base alla quantità delle forme senza definirle qualitativamente in funzione dell’umanizzazione.

         Maggiore è la qualità dello spazio evolutivo, meglio è. Migliori sono gli strumenti evolutivi, meglio è. Maggiore è la Volontà di evolversi meglio è.  Più consapevolmente affrontiamo gli ostacoli meglio è. Più ci umanizziamo meglio è: per noi e altri.

Mi apro all’aumento infinito della qualità dello spazio evolutivo.

Chiedo all’impulso del Bene Assoluto di realizzarsi in me.

         Molto male può essere evitato e dobbiamo fare il possibile per evitarlo. Non fuggendo dagli eventi, ma affrontandoli consapevolmente. A meno che la fuga non sia la soluzione ottimale, per esempio: quando la vita è in pericolo. In altri casi la fuga è un male, anche perché nutre il meccanismo del fuggitivo. 

         Superando un certo grado di schiavitù dalla meccanicità-“inconsapevolezza” l’uomo ha l’opportunità di liberarsi dal destino scritto (meccanico) e di proporsi un destino sempre più direttamente umanizzante.

         Non nobilitare l’arbitrio significa subire il fatalismo. L’ineluttabilità subita meccanicamente è questione di incapacità, mentre l’inevitabilità manifestata consapevolmente è questione di capacità. Scegliere qualitativamente significa anche meglio scegliersi come versione più umana di sé stessi.   Più siamo consapevoli più possiamo scegliere di cosa alimentarci, a quali influssi essere soggetti per meglio pensare – sentire – volere.

         Il Poter Fare implica la Prospettiva Identità, ma già a livello basico si può comprendere le differenze dettate da consapevolezza oppure “inconsapevolezza”. Chiaramente, non esiste un confine netto tra consapevolezza e “inconsapevolezza”, ma ci sono innumerevoli gradazioni di consapevolezza, anche perché non esiste “vera e propria” inconsapevolezza.

         Pensiamo alle differenti conseguenze derivanti dall’essere fagocitati da un’emozione negativa (fagocitati nel senso che l’Io non ha la possibilità di amministrare i processi in questione), oppure dall’osservarla consapevolmente fino all’emersione della quiete. Oppure, riflettiamo sulle conseguenze prodotte da giorni di produzione di emozioni negative e paragoniamole poi a quelle prodotte da periodi di quiete. 

         Umanizzandoci dipendiamo sempre meno da ineluttabilità inferiori e sempre più da inevitabilità Superiori fino a essere noi stessi genitori di ineluttabilità di sempre maggior qualità. Dipendere sempre più dal Bene Assoluto non è certo un male, soprattutto quando si tratta di auto-dipendenza perché Si È il Bene Assoluto Stesso (leggi: perché è emersa la Prospettiva Identità).  Tendere a essere ineluttabilità di sempre maggior qualità, è una definizione appropriata dell’umanizzazione.

Mi apro a riconoscere e superare la meccanicità comportamentale.

Mi apro a riconoscere e superare la meccanicità emozionale.

Mi apro a riconoscere e superare la meccanicità concettuale.

Chiedo al Bene Assoluto la guarigione diretta dal fatalismo.

Mi apro a realizzare la massima consapevolezza possibile.

Mi apro a Essere Bene Assoluto Ora.

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