Brano tratto dal mio libro sulle cinque ferite dell’infanzia che uscirà entro settembre.
Giovanni e suo figlio Matteo sono seduti in giardino dopo cena, godendosi una serata tranquilla. Matteo ha recentemente attraversato una rottura dolorosa e, durante una conversazione, Giovanni sente che è il momento di parlare della ferita da abbandono, una ferita che ha segnato la loro famiglia per generazioni. Giovanni vuole aiutare suo figlio a comprendere meglio le sue emozioni e a trovare un modo per iniziare a guarire.
Giovanni, guardando Matteo con dolcezza: “Sai, figlio mio, ho notato che ultimamente sei un po’ giù. Vuoi parlarne?”
Matteo, sospirando: “È solo che… mi sento come se tutti quelli a cui tengo alla fine mi lasciassero. Prima mia madre, e ora anche Giulia. Mi sento come se ci fosse qualcosa di sbagliato in me.”
Giovanni, con empatia: “Capisco, Matteo. Ho sentito anch’io quella sensazione, molte volte. Quella paura di essere abbandonato, di non essere abbastanza importante da trattenere le persone. È una ferita che ho portato con me per anni.”
Matteo, con uno sguardo curioso: “Davvero, papà? Non avrei mai pensato che anche tu ti sentissi così.”
Giovanni, sorridendo tristemente: “Come sai, figlio mio, quando ero giovane, mio padre ha lasciato la nostra famiglia. Mi sentivo perso, come se una parte di me fosse stata strappata via. Mi chiedevo continuamente cosa avessi fatto di sbagliato per farlo andare via.”
Matteo, con sorpresa e un tono riflessivo: “Non mi hai mai parlato così apertamente di questo, papà. Come hai fatto a superare quel dolore?”
Giovanni, pensieroso: “Beh, per molto tempo non l’ho superato affatto. Ho costruito muri attorno al mio cuore, pensando che se mi fossi protetto abbastanza, nessuno avrebbe mai potuto farmi del male di nuovo. Ma alla fine ho capito che quei muri mi stavano solo isolando. E sai cosa? Ho dovuto imparare ad accettare che l’abbandono degli altri non definisce il mio valore.”
Matteo, riflettendo: “È vero, ma è così difficile non sentirsi così quando accade. Sembra sempre che il problema sia dentro di me.”
Giovanni, con fermezza ma gentilezza: “Matteo, l’abbandono è spesso il risultato di circostanze che vanno al di là del nostro controllo. A volte, le persone lasciano perché non sono pronte, perché hanno le loro ferite da guarire. Ma questo non significa che tu non sia degno di amore.”
Matteo, pensieroso: “Forse hai ragione… Ma come posso fare per non sentirmi così?”
Giovanni, con un sorriso incoraggiante: “Devi imparare a coltivare l’amore verso te stesso, Matteo. Ricordati che tu sei completo e che meriti di essere amato, a prescindere da chi sceglie di stare o di andarsene. L’amore che devi prima costruire è quello verso te stesso, senza aspettare che qualcuno te lo confermi.”
Matteo, annuisce lentamente: “Sì… Credo di doverci lavorare. Ma è difficile, papà. Soprattutto quando senti che nessuno resterà.”
Giovanni, con empatia: “Lo so, figlio mio. Ma ricorda che l’abbandono degli altri non ti rende meno meritevole di amore. Forse, puoi iniziare facendo piccoli passi. Scrivi ciò che ami di te, ciò che ti rende speciale. E soprattutto, concediti il permesso di sentirti triste senza colpevolizzarti.”
Matteo, sorridendo: “Grazie, papà. Mi aiuta sapere che anche tu hai attraversato tutto questo e sei riuscito a trovare un modo per andare avanti.”
Giovanni, con un sorriso affettuoso: “Non sei solo, figlio mio. Siamo tutti in questo viaggio. E ricorda, io sarò sempre qui per te, indipendentemente da chi resta o va via.”
Padre e figlio si guardano con comprensione, sentendo che hanno fatto un passo avanti verso una guarigione comune. La serata si fa più serena, e continuano a parlare, costruendo insieme una connessione più profonda.
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