Siamo l’onda o l’oceano? O forse nessuno dei due — o entrambi? Le illusioni dietro le frasi ‘Tu sei l’Oceano’ e ‘Io sono il Tutto’”

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Siamo l’onda o l’oceano? O forse nessuno dei due — o entrambi? Le illusioni dietro le frasi 'Tu sei l’Oceano' e 'Io sono il Tutto'"

I contenuti di questo blog sono tratti dai libri di Andrea Pangos e approfonditi durante i suoi corsi.

Siamo l’onda o l’oceano? O forse nessuno dei due — o entrambi? Le illusioni dietro le frasi ‘Tu sei l’Oceano’ e ‘Io sono il Tutto’”

Quando si fa il classico esempio dell’essere oceano (intendendolo come Totalità) e non onda, va considerato che anche l’aria — ma, se vogliamo, anche la terraferma, il cielo, lo spazio stesso… — fa parte del Tutto, non solo l’oceano.
Bisogna inoltre tener presente che ogni onda lascia un’informazione, ovvero una traccia.

Va poi aggiunto che, ma solo in un certo senso, l’oceano senza onde esiste solo dopo il Grande Pralaya. Solo allora non ci sono onde immanenti; solo allora rimaniamo unicamente come Sé, senza Maya. Nemmeno allora, però, non siamo più un’onda —o se vogliamo: non siamo senza differenziazione, perché è soprattutto quest’ultima cosa che si intende affermando l’importanza di non essere onda, ma oceano. La differenziazione esiste eternamente: l’immanente è differenziazione perché lo è anche il trascendente. È antitetico affermare da una parte che l’immanente, cioè Maya, è un riflesso del trascendente e dall’altra parte che il Trascendente è senza differenziazione, ben sapendo che l’immanente è con differenziazione: altrimenti non si esorterebbe a non essere più onda. La differenziazione è un attributo sia del Trascendente sia dell’Immanente; quest’ultimo è, infatti, l’attuazione di parte dei potenziali del Trascendente.  

Nota: Ma lo è davvero un riflesso, oppure è attuazione di potenziali? L’intero Immanente (Maya) è attuazione di potenziali del Trascendente (Nirguna). Perciò l’Immanente non può essere un riflesso del Trascendente, perché per esserne il riflesso dovrebbe esserci stato prima (nel senso di prima della sequenzialità) uno specchio in cui l’immanente possa essere il riflesso, ma non c’è, perché “prima” c’era solo il Trascendente.

È inoltre antitetico affermare da una parte che tutto è vibrazione e dall’altra parte che bisogna cessare di essere un’onda. Ogni onda è oscillazione e noi siamo originariamente anche un insieme di oscillazioni organizzate in modo da essere anche Coscienza.  E poi, è vero che tutto è vibrazione? Certo, dal punto di vista sostanziale, la Totalità è un insieme di Mulaprakriti, che sono l’oscillazione basilare, anzi l’unica oscillazione. Ma la Totalità, già originariamente, è anche Coscienza e Beatitudine, pertanto non è corretto affermare che tutto è vibrazione, a meno di non intendere ciò come base caratterizzata istantaneamente da Coscienza e Beatitudine: Sat – Cit – Ananda. E non è lecito affermare che Coscienza e Beatitudine siano nulla, o che non fanno parte del tutto.  

Nel nostro esempio dell’onda, ogni onda è un’oscillazione formata da oscillazioni Mulaprakriti, che basilarmente sono le oscillazioni basilari dell’Oceano, che quindi non è mai senza onda. Dobbiamo però distinguere le onde (oscillazioni) che sono rilevabili in superfice (Maya) da quelle che non lo sono.  Senza questo cadiamo nel tranello del definire il Trascendente (Nirguna) come immutabile, ma non dobbiamo confondere la differenziazione non riconosciuta, le dinamiche non rilevate, con la non differenziazione, cioè con l’immutabilità: perché questa implica necessariamente la non differenziazione. Immutabilità e non differenziazione non sono reali, sono solo concetti sul reale mal interpretato.

In un certo senso, se proprio vogliamo, la non differenziazione esiste solo nel senso — per esempio — che tutte le Mulaprakriti sono uguali tra loro, o che la Beatitudine è sempre Beatitudine, il che è ovvio: non può essere altro da sé, diversa da sé. La non differenziazione implica l’uguaglianza, ma solo se concepiamo le Mulaprakriti come confrontabili.  Altrimenti, l’idea stessa di uguaglianza perde significato: ciò che è Uno e identico non può essere detto “uguale” — può solo essere sé stesso, senza possibilità di confronto.

Proprio per questo, una molteplicità composta da elementi identici non genera uguaglianza, ma uniformità: replica seriale dell’identico, non relazione tra diversi. E un’identità replicata non è “uguale a sé stessa” — è semplicemente sé stessa, senza bisogno di paragone. Questo è indicativo a livello sociale: l’uguaglianza dei diritti non corrisponde all’uniformazione del pensiero.  Essere “uguali” agli altri significa essere uniformati: senza autenticità, cioè senza libertà, mentre i diritti sono questione di libertà dalle disparità.    Qui non si nega cioè l’uguaglianza dei diritti come fondamento etico, ma si indica al pericolo della distorsione esistenziale in forma di omologazione collettiva.

 In tal senso, la nozione di uguaglianza è secondaria e derivata: può valere, e anche allora solo in senso ipotetico o funzionale, dove vi sia molteplicità differenziata. Ma l’essere sé stessi precede ogni uguaglianza, perché ne costituisce la radice ontologica — non la conseguenza.

L’identità è assoluta e indivisibile: A è A, non perché esiste anche B, ma perché è in sé — senza confronto. L’uguaglianza, invece, implica necessariamente un secondo termine: ma B non potrà mai essere A.

 Finora abbiamo usato l’esempio delle Mulaprakriti per ragionare sulla molteplicità e sul problema dell’uguaglianza. Ma possiamo osservare lo stesso nodo da un altro versante, prendendo la Beatitudine (Ananda) come parametro. In questo caso non c’è nemmeno la possibilità di confronto: la Beatitudine non può essere paragonata, né uguagliata, perché non ha secondo termine. È ciò che è, eternamente sé stessa, senza variazione.

La differenza con l’esempio delle Mulaprakriti è che queste sono molte, mentre la Beatitudine è una — ma solo in apparenza, perché il criterio d’identità resta lo stesso: anche la Mulaprakriti, in ultima analisi, è una.

Riguardo a ciò, è interessante considerare che la Beatitudine è la totalità delle Mulaprakriti organizzate in modalità trascendente, cioè Nirguna.

Il paragone onda-oceano può essere utile, ma ne vanno compresi anche i limiti. Una volta riconosciuti, questi limiti stessi diventano occasione di ulteriore riflessione. Ciò permette di vedere come, spesso, si utilizzino espressioni apparentemente profonde senza un reale approfondimento. E anche se l’intenzione è buona, quando manca una comprensione autentica si rischia di trasmettere, più che chiarezza, confusione.

Un discorso molto simile vale per l’affermazione secondo cui la goccia equivale all’oceano, mentre in realtà è l’oceano a essere composto da gocce.

La Mulaprakriti non è lo Spazio intero: è lo Spazio a essere costituito da Mulaprakriti. In questo senso, noi siamo un insieme di gocce — e questo è ben diverso dall’essere tutte le gocce.
La struttura olografica, autosimile e a invarianza di scala dello Spazio non implica che l’unità equivalga alla totalità delle unità. Se la goccia fosse davvero l’oceano, allora non ci sarebbero nemmeno gocce, ma soltanto l’oceano indistinto. E nemmeno il Nirguna è indistinto.

Inoltre, affermare che “la goccia d’acqua è l’essenza dell’oceano” tende a nascondere una verità più profonda.
In questo caso, l’oceano è chiaramente inteso come Totalità, ma la goccia-Mulaprakriti non ne rappresenta l’essenza: è la sua unità basilare. L’essenza della Totalità è il Nirguna, cioè l’organizzazione compressiva originaria delle Mulaprakriti. In questo senso, potremmo dire che si tratta di un oceano interamente ghiacciato — ma questo non significa che non vi sia differenziazione. Il ghiaccio è acqua strutturata in modo diverso: è la stessa sostanza (H₂O), ma la differenza sta nella sua disposizione.

Oltre alla distinzione ontologica tra parte e intero, vi è un altro equivoco da chiarire: quello che riguarda il significato stesso di “essenza”. Affermare che la goccia sia l’essenza dell’oceano può essere inteso come espressione di un insegnamento non olistico, di tipo dualistico, dove si tenta di ricavare l’intero a partire dal frammento.

Ma la goccia non è l’oceano in miniatura, perché l’oceano è anche relazione tra le gocce — cioè tra le Mulaprakriti.
L’oceano è anche legge, e le leggi che ne scaturiscono sono generate dalla totalità delle gocce, non da una sola.
Se assumiamo l’oceano come principio, allora tali leggi vanno intese come assiomi ontologici.

L’idea secondo cui la singola Mulaprakriti è riflesso della Totalità va quindi intesa nel solo senso in cui è un ologramma: si tratta di immagine, non di relazione tra immagini.

Ma c’è un’altra ambiguità spesso trascurata, legata all’esortazione: “sii oceano, non onda”. Anche questa, se mal compresa, può distorcere il riconoscimento del Sé.
Pur essendo in parte indicativa, l’esortazione “sii oceano, non onda” contiene elementi fuorvianti. L’onda, in questo contesto, può essere intesa come gruppo di oscillazioni.

Ma se intendiamo che l’oceano “di per sé” sia senza oscillazioni, entriamo in un fraintendimento: il Saguna è oscillazione, ma anche il Nirguna lo è.
Anche il Sahaja Samādhi implica il Saguna Brahman, e non ha molto senso dire: “non essere Saguna”.

“Persino” il Nirvāṇa — ovvero il Kaivalya — (entrambi termini che, in ambiti differenti, indicano lo stato trascendente del Nirguna) implica oscillazioni, onde: solo che esse sono organizzate in modalità compressiva simultanea.

Questo può far sembrare che non vi siano oscillazioni, ed è una delle ragioni per cui si ritiene erroneamente che il Nirguna sia immutabile.

Affrontiamo infine  un concetto spesso usato nell’ambito della spiritualità: “Sei l’Oceano”. Per quanto possa apparire affascinante, si tratta di un’espressione che può ostacolare il discernimento. Intendendo l’oceano come il Tutto — ed è proprio questo ciò che si vuole intendere con tale affermazione — dire “Sei l’Oceano” equivale a dire: Sei il Tutto. Ma se fossimo davvero il Tutto, non potremmo usare la formula “Sei il Tutto”: al massimo potremmo dire “Sono il Tutto”, poiché, se fossimo veramente il Tutto, non ci sarebbe nessuno al di fuori di noi che potrebbe dirlo. Se vi è un soggetto che enuncia, allora non può coincidere con l’intero: l’intero non ha esterno da cui essere osservato.

“Sei l’Oceano” significa, in sostanza: Sei l’unica Esistenza.
Tuttavia, noi partecipiamo alla Totalità, ma non siamo la Totalità. Questa distinzione è fondamentale per non cadere in un’identificazione impropria, che scambia la partecipazione con l’identità ontologica. È più accurato dire: siamo dell’oceano, non l’oceano — affermazione che si collega anche al concetto di essere “fatti a immagine e somiglianza di Dio”. Come abbiamo già visto, non dobbiamo confondere il Trascendente con ciò che è indifferenziato. E non dobbiamo nemmeno usare le caratteristiche della Totalità — come la struttura olografica, l’invarianza di scala o l’autosomiglianza — per trarci in inganno e ritenere di essere il Tutto. Nel classico esempio: l’Oceano.

Con tutto ciò non si vuole negare la forza trasformativa e intuitiva dei concetti legati a goccia, onda e oceano.
Si vuole piuttosto invitare a riflettere su quanto queste immagini riflettano davvero la Verità — anche perché l’autoindagine è questione di verità e questa è fatta di profondità per emergere l’Altezza eternamente oscillante senza valle alcuna.

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